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Lui & Lei

La Vera Storia Di Luna 1ª Parte


di Omegaxalpha
11.04.2026    |    793    |    0 6.0
"Poiché avermi fuori da sé sembrò più una tortura che una liberazione, iniziai a dubitare che si stesse preoccupando più per me che per se stessa..."
Ho conosciuto Luna per caso. Era l’epoca in cui Messenger era il canale di comunicazione per eccellenza per l’incontro tra cuori solitari, e se ho detto “per caso” c’è un motivo.
Avevo da poco conosciuto una ragazza della provincia di Cagliari che mi aveva letteralmente fatto perdere la testa. Era una tipa sfuggente che spariva per giornate intere. Fragile com’ero, non sapevo che pesci prendere e contattai Luna perché avevo visto che era sua conterranea e poteva aiutarmi a farla ingelosire. Il suo profilo era in ordine e dava l’idea di una ragazza a modo. La foto del profilo ritraeva una ragazza dolce dallo sguardo triste e forse fu proprio quello sguardo a farmi riporre fiducia in lei. La contattai spiegandole il mio vero fine; le dissi che poteva fidarsi, che non avevo altre intenzioni. Lei mi credette e parve prendere a cuore la mia situazione.
I tentativi per far ingelosire la tipa non andarono a buon fine, ma di lì a poco contattai un’altra ragazza di nome Gioia, che abitava in quella stessa provincia e mi fece letteralmente dimenticare la prima. Mi piacque al punto che saltai sul primo traghetto e andai a trovarla. Trascorsi tre giorni indimenticabili in cui mi fece visitare la sua terra, innamorandomi di quella “perla” che avevo trovato un po’ per caso. I dettagli di quella storia li racconterò in un altro momento perché voglio parlare di Luna e non voglio toglierle nulla.
Come ogni storia meravigliosa, anche quella con Gioia non andò come mi sarei aspettato e di lì a poco caddi di nuovo nel mio consueto stato di apatia.
Immobile a fissare lo schermo, vidi la lucina accanto al nome di Luna accendersi.
«Ciao», scrissi. «Sono stato dalle tue parti, ma ero troppo preso per venirti a trovare».
«Buon segno», rispose.
«In effetti ci sono un po’ di cose che ti devo raccontare. La ragazza non è più quella stronza, ma un’altra. Non immagini: ho vissuto un sogno, ma poi è tutto finito».
«Mi dispiace, davvero».
«Non preoccuparti. Anzi! Non ti ho mai ringraziata. Tu sei stata sempre una buona amica e mi dispiace davvero per non essere passato a trovarti».
«Non ti preoccupare, lo capisco. Ci sarà sicuramente un’altra occasione».
«No, ti prometto che non aspetterò un’occasione, ma verrò a trovarti di proposito!»
«Mi farà piacere. Almeno mi racconterai meglio. Fammelo sapere in tempo, così mi organizzo».
Non passò neanche un mese che saltai sul primo traghetto. Mentre ero affacciato sul ponte a fissare il riflesso della luna che accarezzava le increspature del mare, fino a spingersi all’orizzonte, vedevo ovunque il profilo di Gioia. Ripensavo ai momenti indimenticabili che avevamo trascorso insieme. «Sai che sto tornando? Vado a trovare una ragazza che ho conosciuto».
La risposta che mi diede, in cui mi diceva che era contenta per me e sperava che trascorressi un buon soggiorno, non fece che peggiorare il mio stato d’animo.
Quella notte non chiusi occhio per il dolore che ancora mi mordeva lo stomaco.
La mattina alle sei avvenne l’attracco.
Luna mi aveva detto che mi avrebbe aspettato allo sbarco e da lì, dopo esserci salutati, l’avrei seguita fino all’alloggio.
Dopo essere sbarcato e aver seguito le sue indicazioni, trovai l’auto parcheggiata. Parcheggiai dietro di lei e insieme scendemmo dalle rispettive auto.
«Finalmente!» dissi abbracciandola come se la conoscessi da una vita. Indossava una tuta blu acetata e odorava di pulito.

«Com’è andato il viaggio? Immagino sarai stanco».
«A dire il vero no. Ho viaggiato in cuccetta, ma il motivo per cui non ho chiuso occhio è un altro».
Lei guardò i miei occhi lucidi e mi fece una carezza: «Vienimi dietro. Andiamo a casa così mi racconti tutto».
«Casa?»
«Non è mia, magari lo fosse. È di una signora di Roma che ogni tanto mi affida la casa perché la tenga d’occhio, e mi ha dato il permesso di passarci qualche notte».
Annuii, salimmo in auto e la seguii. Dopo tre quarti d’ora arrivammo in una località della Costa Smeralda. Il cancello si aprì ed entrammo in un cortile che nascondeva la vista di una villa immersa tra i pini.
Quando entrammo lei sembrava esserne la padrona. Si muoveva con disinvoltura.
«Ci vieni spesso?» le domandai.
«Non spesso. Dopotutto c’è anche il giardiniere che sta qui in pianta stabile».
«Ti faccio vedere la tua camera. Ce ne sono quante ne vuoi, quindi, se non te ne piace una, posso prepararti il letto in un’altra».
«No, non ci credo!»
«Cosa?» I suoi occhi seguirono il mio sguardo diretto al camino. Era in pietra, rivestito di calce bianca. Intorno aveva dei sedili posti a semicerchio come a seguirne la forma.
«Ti piace?»
«Lo adoro!»
«Allora adesso lo accendiamo, ci mettiamo lì e mi racconti di questa tua conquista».
Quella sua risposta mi fece tornare in mente Gioia. Il crampo allo stomaco mi diceva che mi mancava.
Mesto, annuii. Stare con Luna mi consolava. Era dolce nei modi e la sincerità traspariva dai suoi occhi verde smeraldo.

Le fiamme alte sembravano inseguire le curve del focolare. Dopo mezz’ora di un monologo che avrebbe annoiato chiunque, con le persiane ancora chiuse e le pareti di calce bianca irradiate dal fuoco, non mi ero accorto della limpidezza che imperava negli occhi di Luna. Lo stomaco in subbuglio oscurava ogni altra percezione. Di tanto in tanto mi distraevo osservandola sistemare i tizzoni, per poi vederla tornare su di me, intenta a studiare e lenire con i suoi silenzi il mio dolore.
Forse fu quando decisi di rivelarle la mia fragilità, appoggiando la testa sulla sua spalla, che tutto ebbe inizio.

Sentii il suo corpo irrigidirsi, come per timore che io fraintendessi il suo gesto. Il braccio che mi avvolgeva le spalle lasciava che la mano mi accarezzasse con discrezione i capelli e il profilo del viso. Quel tocco morbido mi confortava, trasmettendomi quel calore materno da cui sentivo la necessità di essere protetto. Mi abbandonai alle sue carezze, a quelle dita delicate che tracciavano il profilo del mio naso, accarezzandolo. Scosso da quella delicatezza e dal bacio che mi diede d’istinto sulla fronte, reagii con un bacio a stampo, impresso con decisione sulla sua guancia.
«Sei una vera amica», le dissi con estrema schiettezza.
Lei mi rivolse un sorriso sincero, solcato da un malinconico disincanto: «Di niente. Figurati...»

Cercai di inseguire quello sguardo che fuggiva tra gli angoli della stanza, pur di non farsi scovare.
«Cosa c’è?» le chiesi.
«Niente», rispose, cercando di nascondere quel suo sorriso imperfetto. Restammo ipnotizzati dal baluginio delle fiamme sui muri, abbandonati a un susseguirsi di abbracci e carezze che non ci avrebbero lasciato scampo.

Poco alla volta i baci alle guance si susseguirono fino a fondersi, quando le labbra infine si trovarono. La sua lingua timida esitava, mentre io l’abbracciavo forte e continuavo a dirle che le volevo bene.
«Anche io te ne voglio, ma stiamo andando oltre».
Mi commuoveva il suo modo di preoccuparsi per me, prima che per se stessa. La rassicurai, dicendo che non volevo che mi lasciasse. Volevo che non la smettesse di coccolarmi, anche se era difficile distinguere dove finissero le coccole e iniziassero le effusioni. Non passo molto prima che i baci raggiungessero il collo di entrambi e la lampo della giacca della sua tuta cominciasse a scorrere verso il basso.

«Basta così», mi disse, quando la mia mano iniziò a sfiorarle il seno sotto la sua canottiera.
«Ti voglio bene», le dissi, cercando di rassicurarla.
«Te ne voglio anch’io, ma lo sai che stiamo facendo una cazzata».
Mi fermai di colpo e la fissai negli occhi. Era bellissima con la luce del camino che le accendeva lo sguardo: «Lo vuoi?»
«Certo che lo voglio, ma...»
Non ebbe il tempo di dire altro che la mia lingua cercò di nuovo la sua. I baci che mi restituiva erano pregni di un desiderio imbarazzato.
«Tu sei fragile ed io non voglio che...»
La feci distendere sul pavimento. I cuscini erano il nostro materasso. Mi distesi su di lei. Il suo bacino iniziò a cercare il mio, pronto a reagire alla passione. D’impeto si sfilò i pantaloni e mi slacciò la cintura. Mentre lo faceva mi guardava decisa, forse con rabbia. Si distese di nuovo e cercò il mio desiderio, lo sfilò dalle mutande e lo guidò tra le gambe. Mi ribellai: mi tirai su e la girai verso il camino perché fosse illuminata dalle fiamme.
Lei tentò di coprirsi, ma la obbligai a restare seminuda. I grossi seni erano adagiati su se stessi, mentre l’addome appena gonfio terminava in una folta valle da cui non riuscivo a distogliere lo sguardo. Sembrava intimorita dal mio giudizio. Mi tolsi la maglia e mi distesi su di lei. Restammo petto contro petto, mentre il mio membro, teso dal desiderio che avevo di lei, era schiacciato tra i nostri ventri. La baciavo con dolcezza e gratitudine.
La penetrazione fu talmente naturale che scivolai dentro senza neanche accorgermene.
«Siamo andati oltre, basta così», disse di nuovo tirandomi fuori da sé.
Poiché avermi fuori da sé sembrò più una tortura che una liberazione, iniziai a dubitare che si stesse preoccupando più per me che per se stessa.
«Ti voglio», risposi.
«Ti voglio anch’io, ma non doveva succedere». Si soffermò qualche istante a riflettere. «Almeno hai qualcosa...?» mi chiese abbassando lo sguardo.
«No», risposi, «ma poi li andiamo a comprare».
Accompagnai quella promessa con una carezza sincera.
Mi sorrise, mi abbracciò. Tornammo di nuovo ad amarci; perché le nostre non erano semplici effusioni che si scambiano per sete di sesso, ma gesti d’amore che dimostravano il reale bisogno di darsi e ricevere affetto. La baciai tra le gambe e lei fece lo stesso con me. Era bello prendersi cura di noi, anche in quel modo.
Quando finimmo di fare l’amore le chiesi: «Non mi hai detto qual è la tua stanza».
Lei mi lanciò uno sguardo minaccioso: «Mi stai prendendo in giro?»
L’abbracciai, la presi in braccio e le feci fare una giravolta.
«Torniamo davanti al camino?» domandò.
«No. Prima dobbiamo andare a comprare...» mi schiarii la voce. La guardai da capo a piedi, soffermandomi sui seni e sul pube. «Credo che ci saranno molto utili».
A Luna brillarono gli occhi. Sebbene mi facesse piacere vederla raggiante, temevo di poterla illudere. Mentre andava in bagno cercai di capire come la pensasse: «Luna...»
Lei sembrò leggermi nel pensiero. Da dietro la porta del bagno mi giunse la sua voce sospirata: «Siamo amici. Lo so».
Quando uscì e mi venne incontro con i seni nudi, aveva tra le mani la canottiera da indossare. Mentre la guardavo, stregato da quella vista, riflettei sul fatto che in fondo, di donne, non avevo mai capito niente.
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